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«Una lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo», queste le parole utilizzate dal poeta indiano Rabindranath Tagore per descrivere il Taj Mahal, la più ammaliante icona del continente indiano, che nel 1983 è divenuta Patrimonio dell’Umanità Unesco e dal 2007 è entrata di diritto nell’elenco delle 7 meraviglie del mondo moderno. Per molte persone, il Taj Mahal è semplicemente sinonimo di India.

Palazzo della Corona”, questa la traduzione del suo nome, è soprattutto il più importante, il più imponente e il più costoso monumento mai dedicato ad una donna: il monumento alla passione eterna per eccellenza. Un mausoleo nato da un amore leggendario e che rimane a distanza di secoli una delle più incredibili testimonianze storiche, architettoniche e artistiche della millenaria arte islamica moghul.

LA STRUGGENTE STORIA D’AMORE
Taj Mahal è un luogo mistico e magnetico, che parla della morte e dell’aldilà, ma anche di una struggente storia d’amore; la gigantesca e sublime tomba edificata da un vedovo inconsolabile per ricordare in eterno la moglie.

Il quinto sovrano moghul Shah Jahan, fece costruire questo capolavoro in memoria della sua amata seconda moglie Arjumand Banu Begum, conosciuta con il nome Mumtaz Mahal (che in persiano significa “eletta del palazzo”) bellissima principessa originaria della Persia.

Mumtaz Mahal, molto devota all’imperatore, morì mentre accompagnava suo marito durante una campagna militare nel sud dell’India a Behrampur. Aveva appena dato alla luce il loro quattordicesimo figlio ed ebbe un’ emorragia nel 1631 a soli 38 anni.

La sua morte fu una vera tragedia per l’imperatore, al punto che i suoi capelli e la sua barba nel giro di pochi mesi diventarono completamente bianchi per il dolore. Esistono varie leggende dietro alla decisione di edificare il Taj Mahal. Si racconta infatti che mentre Mumtaz Mahal era ancora in vita, avesse chiesto al suo sposo di farle quattro promesse nel caso in cui fosse morta prima di lui.

Come prima promessa gli chiese di costruire il Taj Mahal; la seconda era di risposarsi per dare una nuova mamma ai loro figli; la terza era che sarebbe sempre stato buono e comprensivo con i loro figli e infine la quarta, che avrebbe sempre visitato la sua tomba nell’anniversario della sua morte. Per ricordare la sua amatissima moglie, Shah fece allora costruire il mausoleo, bianco come il colore del lutto e lo volle imponente e sfolgorante.
Poi meditò di costruirne un secondo identico ma di colore nero e di collocarlo di fronte al primo che sarebbe diventato la sua tomba e di collegare i due mausolei con un ponte d’oro che li avrebbe tenuti uniti in eterno.

Purtroppo però, subito dopo la fine della costruzione del Taj Mahal, Shah Jahan fu deposto da uno dei figli ed imprigionato in una delle torri del forte di Agra, nella stanza della Torre del Gelsomino, dove ogni giorno in lontananza poteva contemplare il Taj Mahal cambiare colore a seconda della luce del giorno, come un miraggio o un sogno lontano. Alla sua morte, quattro anni più tardi, venne poi seppellito affianco alla amata Mumtaz Mahal.

Poco dopo la capitale dell’impero fu spostata da Agra a Delhi, facendo diminuire notevolmente l’importanza di questa città e l’attenzione delle autorità su di essa. A causa di un abbandono secolare, alla fine del XIX secolo, complici il tempo e i ladri di tombe, la struttura versava in un forte stato di abbandono. Questo periodo di abbandono e disinteresse terminò solo con la nomina a viceré dell’India dell’inglese lord George Nathaniel Curzon che avviò una fondamentale campagna di restauro dell’intera struttura terminata nel 1908.

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